mercoledì 30 agosto 2017

Once I was happy.....




Descrivere si può, tradurre è più complesso. Posso descrivere un avvenimento, un paesaggio, usando le parole come pennelli su una tavolozza dalle sfumature infinite così come è l’essere umano, mentre per tradurre sensazioni ed esperienze personali, bisogna mettersi nei panni di chi leggerà il testo, sperando di indovinare lo stesso codice linguistico e non essere fraintesa, ma dispettosa come sono potrei gettare le parole a casaccio, così come mi vengono in mente, incurante dell’effetto. Se mi hai compreso, bene; se sei perplesso, il problema non è mio, non è tuo, è solo che non abbiamo lo stesso codice.

Già. Un bel casino. Come faccio a farti immaginare l’odore dell’ufficio di mio padre, un misto di sigarette e Lectriv Shave Williams? Ma non era solo questo; c’era l’odore dell’inchiostro della stilografica , delle pagine del brogliaccio, l’odore della cella di sicurezza, l’odore delle scale, (un misto tra il disinfettante e uno straccio troppo bagnato) c’era l’odore del garage, la benzina, i fumi della campagnola prima e del pulmino, poi.

E in questo scenario, gli affetti. Familiari, innanzi tutto: io, mio padre e mia madre; poi gli ammogliati: i componenti la stazione e le loro famiglie, il mio piccolo microcosmo dai mille dialetti, dalle mie prime tre compagne di merende ( o dovrei dire “di pannolone”?) di cui ricordo nomi e cognomi a Castelraimondo, fino a Gabicce Mare, passando per Potenza Picena, dove ogni famiglia mi ha lasciato qualcosa: ricette regionali, battute, proverbi,tradizioni diversissime tra loro.


Dopo gli ammogliati, c’era la categoria ambitissima in ogni epoca e luogo: quella degli scapoli.

Da piccola facevo un po’ confusione fra scapole, scapoli e scapolari, la scuola e tanta lettura  hanno rimesso in ordine tutti i vocaboli, comunque non divaghiamo, per me, piccina, gli scapoli erano esseri favolosi dispensatori di caramelle, che lavoravano e vivevano in caserma esattamente come me, e che quando sparivano, ritornavano sempre dai loro paesi nativi con qualche dolce mai visto, solitamente un festival di miele e zuccherini colorati, giusto per farsi perdonare l’assenza.

Gli scapoli, poi col tempo diventavano “ammogliati” e se la moglie era della zona dove prestavano servizio, ecco che venivano trasferiti. Se invece era dei “Paesi Loro”
( termine vago per indicare il paradiso dei dolcetti di cui sopra) , allora c’erano più possibilità di rimanere nella stessa località, senza grossi stravolgimenti dell’organico.

Nonostante siano trascorsi più di cinquant'anni sento ancora la sorpresa e la gioia di trovare all'uscita di scuola il ” mio” preferito, tornare a casa, tenendo la mia mano saldamente nella sua, zaino scolastico sulle spalle, felice e protetta, tanto che ricordo addirittura cosa aveva preparato mia mamma di buono per pranzo vista l’occasione della visita dell’ex scapolo, ormai trasferitosi con la famiglia lontano da Potenza Picena .

Quanto più m’invecchio e rifletto, tanto più scopro che non sono cambiata per niente, solo che certi atteggiamenti, col tempo e con l’esperienza li ho smussati, e capisco che sei anni non sono sedici, tanto meno sessanta.

Eppure delle costanti fisse ci sono, mi piaceva e mi piace ancora accovacciarmi su un gradino ascoltando ed osservando le persone quando parlano, così come mi piaceva quel senso di complicità che provavo, quando da ragazza chiedevo ad un provvisorio di non dire a mio padre di avermi vista in due sul motorino o a parlare con un ragazzo.

I provvisori erano una sottocategoria degli scapoli, presenti in servizio solitamente da giugno a settembre, per cui negli anni dell'adolescenza trascorsi in via Trento, in estate diventavo molto popolare fra le mie compagne di scuola che si premuravano di intensificare la mia frequentazione, prediligendo non tanto le chiacchierate sedute sulla gradinata della chiesa, quanto sfacciate visite dirette a casa, buttando un occhio dal terrazzo dell’alloggio di servizio ai movimenti del piano di sotto, quello degli uffici.

I provvisori mi hanno in un certo senso rovinato la vita. Perché me l’hanno mostrata molto diversa dalla realtà. Io mi ci sono sempre relazionata come se fossero tutti fratelli miei, senza malizia, senza pensare che io avevo sedici anni e i provvisori solo qualcuno più di me, anche perchè da parte loro sono sempre stata trattata come se fossi un maschio, con tutto il corollario di atteggiamenti e discorsi che questo comporta.

Abbiamo riso e scherzato riguardo le ragazze "che gli andavano dietro" (ah le charme merveilleux de l'uniforme!), le fidanzate lontane, i dubbi e le paure sulla tenuta di un rapporto coltivato solo a lettere e telefonate, insomma ero la confidente di tutti e tutti lo erano per me. Nessun problema, mai, anche se qualche volta mi infilavo nella camerata per fumare una sigaretta di nascosto o rincorrere qualche mitico pacchettino di dolci, di cui erano forniti anche i provvisori. E comunque, penso che si sia abbondantemente  capito che la costante fissa della mia vita negli alloggi di servizio erano pane e dolci di ogni genere e ancora oggi, quando ho conoscenti che partono, la mia richiesta è sempre quella : -" Me lo porti un po' di pane delle parti tue ? "

Dalla terza superiore avevo ormai le competenze per fare la Dolmetscherin nell'ufficio di mio padre nelle denunce di furto dei vari turisti, oppure (ed era bellissimo) quando capitavano militari D/A/CH a fare scambio di mostrine e gadget vari per la loro collezione. 

Mio padre mi chiamava col citofono che aveva in ufficio e io correvo di sotto. Immediatamente, così com'ero: spesso in costume con la camicia kaki addosso, o con la maglia "fruit of the loom" e giustamente mi beccavo l'occhiataccia paterna che mi avrebbe voluto vedere un pochino più "composta".

Di uno di questi militari tedeschi im Urlaub an der Adria che soggiornava assieme ad altri due colleghi in un albergo vicino la caserma, m'ero presa una cotta fotonica. Peccato me la fossi presa solo io, chissà perchè, anche lui non m'aveva inquadrato come una ragazza, bensì il solito mezzo maschiaccio.

Poi esco nel mondo e penso che le cose funzionino nello stesso modo. Ma non era così. Ed è stato un adattamento doloroso quanto brusco.

Quale era il mio posto, lo sapevo già, a cosa potevo aspirare nella vita, pure. Tanto ci avevano pensato anni di frequentazioni in ospedale per le visite al mio occhietto cieco a mettermi in riga ( no sport traumatici; attenzione a non affaticare l’altro occhio, quello miope, ricordati che quando cresci, i problemi cresceranno con te ), adesso si usa dire “stare sul pezzo”, quella volta “ stare sul tuo” e io “ sul mio “ fondamentalmente ci stavo benissimo.Solo che poi ogni tanto bisognava uscire da quel microcosmo che era la Stazione e bisognava indossare panni diversi. Che mi stavano stretti allora, figuriamoci oggi!


mercoledì 12 luglio 2017



Non ho mai sopportato le etichette. Da giovane ( ma anche oggi ) indosso Ray-Ban a goccia che facevano tanta destra, ma giravo con l’eskimo che faceva tanto sinistra, leggevo “Il Male”, cantavo nel coro parrocchiale, ero nel gruppo delle catechiste e cantavo tutta le strofe delle “Osterie”, dallo zero a tutte quelle che mi venivano in mente quando andavo in gita.
Ballavo alla Baia degli Angeli ma anche alla Festa dell’Ospitalità.
E non è che con gli anni mi sono ridimensionata, anzi. Il fatto di essere ormai arrivata ad una certa età, mi rende spavalda e impudente, ma anche rispettosa ed inquadrata, o come si dice ora "sul pezzo”.


Quindi vi prego di non taggarmi o condividermi link del tipo “se sei arrabbiato metti “mi piace” e condividi, vi spiego anche il perché: se sono incavolata/o per qualcosa, non lo risolvo certo con un click perché il click bait (letteralmente “esca da click”) è quella attività che mira a creare contenuti web per attrarre (“pescare”) quanti più utenti possibili in modo da presentare loro contenuti pubblicitari.
La tecnica classica è agire sul titolo di un articolo rendendolo accattivante, spesso è bufala dichiarata ma non importa a nessuno.
Facciamo un esempio pratico, proprio terra terra, che di più bassa lega non si può: in questi giorni di temperature soffocanti ( e anche qui, potremmo aprire un altro thread, riguardo la percezione sensazionalistica delle stagioni nell'era del web),gira su Facebook un post sibillino che recita “ I terremotati sotto le tende a 35 gradi, gli extracomunitari a 35 euro al giorno negli hotel” e l’immancabile chiusa del condividi se non ti piace (non lo trovi giusto, se ti fa incazzare, se hai un cuore, un fegato, 'na coratella ecc.).

Va bene, facciamo che mi trovo d’accordo, metto il "mi piace", condivido nella mia bacheca, e magicamente si capovolgerà la situazione: migranti in tenda, terremotati in hotel. Noo? Non succede? E che clicco a fare? Al massimo, potrei incuriosirmi e leggermi qualche normativa sul web su siti istituzionali, questo si. Ah, porta via troppo tempo all'italiano medio? Capisco, allora clicco, e condivido e mi sento in pace, funziona così? Si, funziona così!

E io allora, di che pianeta sono, visto che non scrivo amen e condivido; alla vista della foto del bimbo down non mi commuovo, ma penso alla lotta giornaliera sua e dei suoi genitori per farsi accettare nella società; non ritrovo la maggior parte delle banalità riportate sul web e attribuite ad Oriana Fallaci sui suoi ben noti libri che a suo tempo lessi e rilessi ( e pure Rin-tin-tin, sdrammatizziamo,va!); è indubbio che Putin e Trump non passino il loro tempo a pontificare sul nostro Paese, che ci posso fare se quando si parla troppo alla pancia io penso subito che lo si fa per distrarre la testa?

Pare ‘na cazzata ma il problema è grosso, sapete? C’è gente che si è insultata nei commenti sul web e dal vivo, e dopo essersi vicendevolmente bloccati la visibilità su Facebook, adesso non si parla più manco nella vita reale perché, come sempre, anche i discorsi sui massimi sistemi li risolviamo con le fazioni, eh si, ho scritto fazioni, non frazioni.

Sei mamma di molti figli? Sicuramente sei di stampo religioso ( ebra-catto-islam-protestant-avventista-etc, scegliete pure secondo personalissima esperienza).

Esponi la bandiera italiana al di fuori del periodo che intercorre fra un mondiale di calcio e l’altro? Allora sei smaccatamente di destra.

Sei per la condivisione e le cooperative? Allora sei di sinistra.

Potrei andare avanti per ore, e voi per ore potreste scrivermi e raccontarmi le vostre esperienze, tanto alla fine ci troveremmo d’accordo su una cosa sola: quel “ seh seh…” con il velato sottinteso del parla pure, tanto ho ragione io.


E funziona così, nella vita privata e nel web. Volete approfondire?
Vi riporto questo articolo qua :

Quanto vale un “Mi piace”? Un “Commento”? E una “Condivisione”?
Tanti “Mi piace” significano che ho pubblicato un buon post o forse varrebbero di più 2 condivisioni?
Cerchiamo di attribuire un valore alle 3 azioni evidenti che gli utenti possono compiere su Facebook!
“Mi piace”: la più semplice espressione di gradimento
Questa feature è la più comune e caratterizzante di Facebook, nonché molto sopravalutata: le persone vedono ciò che hai pubblicato e con un semplice clic dimostrano il loro apprezzamento. Spesso tendiamo ad attribuirle più valore di quanto in realtà ne abbia (“Guarda quanti “mi piace” ha preso questo post!!!”), mentre dovremmo renderci conto che, tra le 3 azioni in questione è la più immediata e la meno impegnativa.
#gliscotips: i “Mi piace” sono un ottimo segnale per farti capire che sei nella direzione giusta, ma non fermarti qui! Devi stimolare un livello di interazione più profondo, qualunque sia il tuo obiettivo di business!
Commento: un passo in avanti verso l’interazione
Uno degli obiettivi principali del tuo essere nei social network è e deve essere il coinvolgimento dei tuoi target, lasciando che si esprimano in merito a ciò che dici e offri: il feedback delle persone è importantissimo per capire se stiamo intraprendendo la giusta strada!
Ecco che il Commento si dimostra come azione più impegnativa rispetto al semplice “Mi piace”, poiché implica uno sforzo cognitivo maggiore e quindi un interesse maggiore, per noi molto più rilevante rispetto al semplice gradimento.
#gliscotips: i Commenti su Facebook sono lo strumento attraverso il quale le persone non solo mostrano interesse per ciò che pubblichi, ma ti regalano il loro tempo ed energie per farti sapere cosa ne pensano. Rispondi sempre ai commenti che ti fanno e fai loro capire quanto siano preziosi!
Condivisione: l’accesso all’audience dell’audience
Con la Condivisione le persone ti fanno un regalo immenso: non solo ti dimostrano che hanno apprezzato il contenuto che hai offerto loro, ma che lo hanno gradito talmente tanto da volerlo mostrare anche ai loro amici (fatta eccezione se lo condividono per il motivo opposto, ovvero nel caso in cui il post includa errori grossolani o punti di vista discutibilissimi).
Attraverso la Condivisione hai accesso all’audience dell’audience, ovvero agli amici delle persone che condividono il tuo post e che, probabilmente, hanno interesse in comune con chi lo ha condiviso…quindi altri potenziali fan e clienti!
#gliscotips: questa feature aumenta fortemente la portata di ciò che pubblichi e ti offre la possibilità di farti conoscere e apprezzare da tante altre persone. Valuta quali contenuti generano maggiori condivisioni e potenziali!
Il Mi Piace, Commenta e Condividi sono azioni evidenti che puoi intraprendere su Facebook: ricordati di tenere costantemente d’occhio i tuoi Insights e le azioni non evidenti come clic, visualizzazioni di foto e commenti negativi ma, soprattutto, quanto Facebook incida sui tuoi obiettivi di business in Rete!
(tratto dal sito www.gliscomarketing.com)


E’ tutto un pochino più chiaro? E soprattutto, nel caso di carenza di tempo per verificare la veridicità tramite siti anti-bufale, non fatevi prendere dallo scrupolo “ nel dubbio, condivido”; se quel pezzetto di intelligenza vi fa dubitare sulla bontà del post, siete sulla buona strada; desistete, spegnete il computer, uscite fuori casa, ballate sotto la pioggia e baciate sconosciuti, qualunque cosa va bene, ma per l’amor di Dio state alla larga dalla tastiera e non condividete nulla.

Fatelo per rispetto a voi stessi.
E per la pace nel mondo.


:) :) :) :)






giovedì 6 luglio 2017

Col mio nuovo amore, nel sottopassaggio della stazione!

...innamorata persa. 
Da rischiare le figuracce.
Un paio di volte pure a rischio di perdere il treno.
Perché mi incanto col mio nuovo amore e non ce n'è più per nessuno.


Dopo un anno di disagi, finalmente ad aprile è stato inaugurato il nuovo sottopassaggio della stazione ferroviaria di Ancona, ma per un paio di settimane ed oltre ho continuato nel vecchio percorso, perchè ormai correre dal bus al binario lo si fa di riflesso, senza pensare.
Poi qualche collega mi ha detto : "Ma l'hai visto il nuovo sottopassaggio? Una figata" "Woo, andiamolo a vedere, allora"
Ed è stata la mia fine.
Perché è stato amore a prima vista, nel vero senso della parola; tralasciamo pure l'illuminazione a LED, la pavimentazione in materiale antisdrucciolo e i percorsi tattili per ipovedenti (che un domani, per me,  non si sa mai); il guaio è che ad abbellire le pareti del corridoio ci sono riproduzioni fotografiche della stazione di Ancona nonché edifici pubblici e scorci della città, il tutto rigorosamente anni '30. 
E io amo le foto in bianco e nero.
Se poi sono d'epoca pure meglio.
Il massimo è trovare scorci di vita, paesaggi e persone.
Esattamente come quelle che hanno sistemato nel  mio tragitto quotidiano.
Presumo sia un percorso monitorato dalle videocamere e mi chiedo cosa possa pensare chi osserva una vecchia deficiente trafelata che scende le scale di corsa, per recuperare minuti preziosi da trascorrere in beata compagnia col carrettiere che transita su un ponte ancora imbrecciato, con le  signore eleganti in centro e con il mio preferito, il signore con la bombetta e una lunga sciarpa bianca.
Mi incantano a dismisura questi momenti di vita fissati in una foto,  tanto più mi invecchio, quanto più mi ci appassiono e ogni giorno trovo in queste riproduzioni un particolare che mi era sfuggito: qui un decoro dell'abito lungo, qua un panno steso alla finestra, da quest'altra parte ragazzini che giocano, una donna alla finestra,  e che starà facendo? Chiamerà il pescivendolo per comprare "moscioli" e "panocchie" per il sugo? 
E intanto io sono qui, innamorata persa di questa umanità sconosciuta, che ha riso e ha pianto, sognato e sperato in un periodo dove anche i miei genitori erano solo bambini appena nati...
Oggi, seiluglioduemilaediciassette per carità, va benissimo whatsapp, le chat, le foto che fai (e cancelli) per non intasare la memoria dello smartphone, ma a lungo termine mi chiedo cosa resterà dei nostri ricordi quando non ci saremo più. 
LASCEREMO qualcosa? 

martedì 13 giugno 2017

POESIA, PORTAMI VIA !

Di solito non pubblicizzo nulla, ma questo link ve lo posto e vi invito a leggerlo con attenzione e a partecipare in tanti.
E' estate, siamo tutti un po' più riflessivi, troviamo il tempo di stare un pochino qui : 

giovedì 4 maggio 2017

Felicità, tà tà....

Incontro una follower del blog ('mmazza che figo,  su cinque parole, due in inglese, povera me!) che velatamente mi sgrida perché scrivo poco in questi mesi. 
Si. Scrivo poco, vivo molto, vivo ogni giornata come se fosse l'ultima su questa Terra, e quando arrivo alla sera, rinnovello i miei fidanzamenti con la triade "pigiama-scaldotto-divano" e naturalmente  con Claudio, il centro di tutta la mia vita.
In effetti c'è stato un periodo in cui scrivevo molto di più, probabilmente a scopo terapeutico, come raccomandava sempre la mia maestra :-" scrivi tutte le volte che vuoi fissare o  superare un momento, oppure vedere come trovare la soluzione ad un problema, scrivi!"
Vorrei  scrivere di più, ma ho anche paura di scadere nella ripetitività, perché fondamentalmente il pensiero è uno solo: IO SONO FELICE.
E sai che palle una che sblatera ai quattro venti la sua (presunta) felicità?  
E sai che ci interessa della felicità? Hai vinto alla lotteria? Hai comprato una Ferrari? Hai ricevuto una promozione sul lavoro?
Niente di tutto questo... credo ormai che alla mia età e con quel piccolo bagaglio di vita vissuta, posso dichiarare che si, la felicità esiste, è dentro di noi, più o meno nascosta e ce l'abbiamo tutti, basta solo esercitarsi a "farla venire fuori".
Sono felice. Mi alzo tutte le mattine alle 4,30 circa e sono felice perché  mi alzo da un letto che condivido con  la persona a me più cara e non da un giaciglio di fortuna.
Sono felice. Sistemo casa, lascio qualcosa di pronto per i miei cari e sono felice, perché ho una cucina con tutti i comfort e non devo andare a prendere l'acqua dal pozzo.
Sono felice. Prendo il treno, vedrò l'alba sul mare, dividerò il viaggio con persone che conosco e con le quali farò chiacchiere e battute e non sarò sola.
Sono felice. Sballottata dal bus preso al volo, raggiungerò il mio ufficio, il piccolo microcosmo adorato, dove ogni giorno imparo qualcosa di nuovo e protetta da muri e porte sarò lontana dall'utenza.
Sono felice. A fine giornata riprenderò il bus, il treno, la bici e sarò nuovamente a casa, davanti ai fornelli e con i panni da mettere in lavatrice e sono felice perché non lavo a mano niente, tantomeno stoviglie e padelle perché la lavastoviglie nonostante tutto, ancora funziona.
E SONO FELICE perché mi addormenterò  protetta e sicura nelle braccia di Claudio e sono felice perché ormai qui ci vengo solo a dormire, oramai mi sono riappropriata di tutto il mio passato  e lo vivo con la gioia di allora e l'esperienza di oggi.
E se qualcuno ha avuto ancora la pazienza di  leggermi fin qui, senza attacchi di diabete per la troppa caramellosità dello scritto, abbia ancora la pazienza di seguirmi per un pochino.
Stabilito che sono in una condizione di grazia, il mondo attorno a me che fa? Continua con i suoi alti e bassi, quindi, giorni fa l'ennesimo furto dell'ennesima bicicletta; la figlia neopatentata che "battezza" la macchina e ci mette in spese impreviste;  il sollecito della rata condominiale, che anche lì sarebbe tutta una storia da raccontare e se una volta ho la nuvola nera (oppure il mood giusto), non è detto che non la metta per iscritto. Finito con le rogne? Ah no, 'spe: dal 2009  a seguito  di una domanda per l'abbattimento delle barriere architettoniche aspettiamo ancora il contributo regionale;  c'è la rata dell'ennesimo F24 da pagare; ci sono spese da affrontare e altre in corso da terminare, insomma non sono una Principessa Disney. 
Ma  FONDAMENTALMENTE c'è da essere felici. Altro modo non c'è per affrontare la vita. E piangermi addosso non mi regalerebbe la bacchetta magica per risolvere i problemi, anche perché, quando è stato il momento di piangere, l'ho fatto anch'io come tutti, poi ho alzato la testa, asciugato le lacrime (pulito le lenti degli occhiali, se no non vedevo un cappero) e ho cercato un modo più o meno bello per uscire dall'impasse del momento. 
Quindi ho deciso di essere FEROCEMENTE FELICE, stupidamente felice, abbondantemente felice.
Non esiste una ricetta uguale per tutti: la mia l'ho inventata per me e forse funziona solo su di me e irraggia calore nella mia famiglia.
E tanto mi basta.
Ergo : scrivo poco, perché sto buttando tempo ed energie nel consolidare la mia ( la nostra) felicità !

sabato 11 febbraio 2017

BENEDETTA SIA LA TUA MALEDUCAZIONE!

Mettiamo che un giorno io incontri casualmente una persona, o meglio ancora, vada a trovarla direttamente, con uno dei miei sorrisi più belli e le stampassi due baci sulle guance, stringendola forte forte e le bisbigliassi in un orecchio : "Grazie, per essere stata QUELLA VOLTA così arrogante con me, sei stata la spinta che mi mancava, grazie, a nome mio e di tutta la mia famiglia!", cosa pensate potrebbe succedere?
Assolutamente NULLA. La persona in questione resterebbe basita e se già aveva poca stima di me, mi prenderebbe per matta totale, e magari neanche si ricorderebbe cosa ha detto, anzi cosa ha scritto  quella volta.
Si, perché purtroppo funziona così, altrimenti la saggezza popolare non avrebbe tramandato quel bellissimo detto " ne uccide più la lingua che la spada", moltiplicando il tutto per millemilavolte, visto che adesso siamo passati dall'insulto verbale, a quello via web.
In ogni caso, ti dico grazie e stragrazie, perché tu non lo sai, ma  grazie alle tue improvvide parole, ho pensato che all'età mia si sarebbe potuto dare l'ultimo colpo di reni per  fare un salto e cambiare ancora. Ci pensavo appunto stamattina, portando a spasso il cane, sorridendo a questa giornata perfetta, dopo la serata perfetta di ieri sera,  fine di una settimana lavorativa perfetta, e foriera di un week end perfetto. Si, perché l'ho deciso io che la mia vita è perfetta e non mi faccio più influenzare da niente e nessuno; se sono arrivata fino a qui, arrancando fra giorni felici e giorni tristi, non ci sono giunta per caso, ho fatto tesoro di tutte le esperienze e ora mi godo i risultati.  Adoro la mia età. Non tornerei indietro  nel tempo se non per riabbracciare i miei genitori, ma  a parte questo, ho avuto tutto dalla vita,  non devo dimostrare più nulla a nessuno, adesso basta soffrire, solo serenità. E la voglio 'sta serenità, me la costruisco IO giorno per giorno, me la consolido, con  il risultato obiettivo di essere  serena come quando avevo dieci anni,  con l'esperienza dei (quasi) sessanta.
Miei cari tutti, vi ho sopportato per 39 anni, ho messo uno stop e sono tornata indietro  verso una vita  che in un certo senso si era cristallizzata e mi ha aspettato, e  tutte le mattine mi sveglio col cuore pieno di gioia perché sentirò voci, cadenze, cognomi, nomi di località amatissime e tutte le sere vado a dormire stanca ma felice,  di quella felicità che solo i bambini e gli stupidi possono godere ( e poiché bambina non son più, vado di corsa nella seconda categoria!)
Povera me, che credevo ormai di aver accettato per quieto vivere  situazioni che mi stavano strette e mi sentivo a disagio, poi guarda tu, basta una persona che mi attacca anche in maniera sproporzionata al semplice accaduto et voilà, io che credevo ricordasse delle cose perché per tre anni abbiamo condiviso stessi spazi ed esperienze, e invece no. Così  ricomincia il viaggio; decido che anche qui non devo dimostrare più nulla a nessuno e posso serenamente guardarmi intorno e tentare un altro gran salto. Forse il più impegnativo perché non coinvolgeva solo me ma  " a cascata" anche la mia famiglia, ci ho provato, è andata bene. 
E tu che non mi vedi più.
E io che non ti vedo più. 
Per favore, non cominciate a pensare chi sarà stata 'sta persona, un maschio, una femmina, una collega, un collega, un turista, un passante, un'accidentechetespacca... è stata una persona (Persona: essere umano considerato in sé o nelle sue funzioni sociali, prescindendo dalle differenze di etnia, sesso, età, cultura ecc.) 
...e se non hai imparato in tutti questi anni cosa facevo e quali erano le mie mansioni, bye bye baby e ancora grazie per la tua squisita ignoranza, davvero!

domenica 22 gennaio 2017

FORZA TERREMOTO !!!!



Si, lo so, il titolo di questo post fa paura, ma altro non trovo, al momento per descrivere come mi sento.



E' iniziato l'anno nuovo ormai da un mese e io ancora non scrivo. Non ci riesco.
Non è da me.
Però..... ormai sono arrivata ad un'età dove i bilanci stanno prendendo il posto dei progetti, dopo la svolta del 2016, non ho più voglia di sacrifici per "un-domani-migliore-chissà", ma voglio consolidare quanto ho ottenuto, e godermi lecitamente quel che posso.
Qui, nulla cambia, semmai GALLEGGIA, basta sintonizzarsi sul canale Rai Storia e guardare un qualche vecchio telegiornale o qualche documentario-verità, cambiano i nomi dei personaggi sulla scena ma la canzone ha sempre le stesse strofe e io, che nel 1971 scrivevo sul tema in seconda media " ... noi che vedremo l'alba del duemila", se permettete mi sento tradita nelle aspettative più profonde e allora mi viene l'istinto quasi di tifare per madre terra che si scuote e CI fa male. Tanto, troppo male.
Ma forse è una sberla che la Terra ci dà, di quella che i genitori negli anni '60 davano ai figli, una salutare sberla per rimetterli in carreggiata, uno schiaffo come quelli che si danno per calmare chi va in isteria, perché in fondo questa è un'epoca dove viviamo un'isteria collettiva, dove siamo con un piede qui nella vita virtuale e un piede nella vita reale.
Avete notato, comunque, come nella vita reale continuiamo a ripetere le frasi scritte nel web? Vi rinfresco una notizia di cui ancora si parla: il neologismo post-truth. L'Oxford English Dictionary ha deciso di eleggere post-truth come parola dell'anno del 2016. (
Ora se avete voglia, qui trovate un approfondimento: Tratto dall’Accademia della Crusca

Il lessema post-verità (che da qui in avanti chiameremo meno tecnicamente “parola” per comodità) è esploso nella nostra lingua a seguito della Brexit e più recentemente delle elezioni americane vinte da Trump: al 22 novembre 2016, ricercando con Google sulle pagine italiane del web, si contavano oltre 30.000 risultati (tenendo conto, oltre che di post-verità, anche delle varianti post verità e postverità). Si tratta di un adattamento dall’inglese post-truth (sul cui significato torneremo a breve) e non stupisce che le occorrenze della parola siano aumentate proprio in concomitanza di due eventi storici di rilievo entrambi di ambiente anglofono (dove la frequenza d’uso della parola nel 2016 è salita del 2000% rispetto al 2015). La larga diffusione di post-truth nella stampa inglese e americana, e nel web, ha fatto sì che la parola abbia conosciuto una grandissima fortuna nella nostra lingua, in questo caso (come ormai raramente accade per gli anglismi) anche ricorrendo al calco post-verità. La forma non adattata è comunque presente sul web con frequenza sostanzialmente paritaria al calco post-verità: effettuando una ricerca con Google limitatamente alle pagine italiane, si rintracciano infatti circa 34.000 risultati di post-truth(includendo i risultati con la variante grafica senza trattino post truth). La frequenza d’uso di post-verità è del resto destinata a crescere, almeno nel futuro immediato, dal momento che, proprio in questi giorni, la controparte inglese post-truth è diventata essa stessa notizia, con la decisione degli Oxford Dictionaries di eleggerla parola dell’anno per il 2016. E la definizione della parola inglese, un aggettivo, è rimbalzata dai giornali al web e viceversa: ‘relativo a, o che denota, circostanze nelle quali fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione che gli appelli all’emotività e le convinzioni personali’.

La scelta degli Oxford Dictionaries, che con questa iniziativa intendono premiare una parola che sia particolarmente significativa nell’anno e che abbia buone speranze di consolidarsi nella lingua, appare per il 2016 particolarmente azzeccata. La post-verità, infatti, sembra davvero permeare a fondo la società contemporanea, se una falsa notizia sui soldi spesi dalla Gran Bretagna per l’Europa (dato verificabile) può spostare in parte il voto sulla sua adesione alla UE; o se mettere in dubbio il luogo di nascita di un cittadino americano (dato verificabile) può influenzare l’elezione del presidente degli Stati Uniti; o se il fatto che l’Accademia della Crusca non compili un dizionario (dato verificabile) non serve a far capire che non può metterci dentro petaloso; o se i profili social sono spesso autonarrazione svincolata e svincolabile da dati obiettivi, perché quel che conta non è chi siamo, ma l’emotività e la simpatia con cui si è accolti. L’impatto del concetto veicolato da questa parola sulla società del nostro tempo è quindi decisamente di larga scala e coinvolge sia i micro che i macrocosmi.

Si discute molto sul fatto che in fondo non si tratti di un fenomeno nuovo: da sempre nelle campagne politiche lo screditamento dell’avversario con false notizie è uno strumento largamente impiegato, e la propaganda di regime da un certo punto di vista è una post-verità; dall’antichità a oggi molteplici sono poi gli esempi, anche al di fuori della politica, in cui l’emotività e le convinzioni personali hanno finito per prendere il sopravvento sui dati oggettivi. In fondo più che di lingua stiamo parlando di mancanza di correttezza e di morale; e questo è un problema endemico purtroppo non strettamente legato al nostro tempo. Le caratteristiche e le dimensioni assunte dal fenomeno ai nostri giorni sono però diverse e ci sono alcuni fattori che in particolare devono essere sottolineati, tutti legati alla rete: la globalità, la capillarità, la velocità virale della diffusione delle varie post-verità; e poi la generalità e genericità degli attori che possono alimentarle, spesso con una propaganda nascosta e inaspettata che può provenire da pseudo-istituti di ricerca, da esperti improvvisati. E se tutto questo riguarda la produzione della post-verità, non meno preoccupante è l’analisi della sua ricezione: perché c’è una complicità molto forte da parte di chi “subisce” il dato emotivamente accattivante o di parte, visto che il dato è quasi sempre facilmente verificabile con mezzi endogeni, facilmente accessibili attraverso la stessa rete (mentre all’interno di un regime, ad esempio, non è certo facile contrastare la non veridicità dell’informazione della propaganda).

Del resto la lingua sarà uno degli strumenti che col tempo ci aiuterà a capire se davvero siamo di fronte a un fenomeno nuovo: se al di là della moda del momento la parola attecchirà nella lingua (la nostra, ma anche le altre lingue del mondo visto che il fenomeno è globale) evidentemente avrà riempito una casella semantica vuota riservata a descrivere un concetto caratterizzante, se non un’era, almeno una specifica congiuntura storica.

La rete ha senza dubbio delineato i connotati fondamentali di questa dimensione “oltre la verità”. ‘Oltre’ è il significato che qui sembra assumere il prefisso post-(invece del consueto ‘dopo’): si tratta cioè di un ‘dopo la verità’ che non ha niente a che fare con la cronologia, ma che sottolinea il superamento della verità fino al punto di determinarne la perdita di importanza. E, analizzando le modalità in cui il superamento si concretizza di volta in volta, colpisce la vocazione profetica che la parola nasconde tra le sue lettere: la post-verità, infatti, spesso finisce per scivolare nella “verità dei post” (come è successo spesso sulla rete proprio in relazione alle campagne politiche legate alla Brexit o alle elezioni americane).

Gli Oxford Dictionaries ci indicano anche la prima attestazione di post-truth per l’inglese: il 1992. In quell’anno Steve Tesich, in un articolo apparso sulla rivista "The Nation", scriveva a proposito dello scandalo e della guerra del Golfo Persico: «we, as a free people, have freely decided that we want to live in some post-truth world» (noi, come popolo libero, abbiamo liberamente deciso che vogliamo vivere in una sorta di mondo post-verità). Non è forse un caso che una delle prime attestazioni di post-verità (la prima finora rintracciata) sia in un articolo apparso sulla "Repubblica" il 1° maggio 2013, firmato da Barbara Spinelli, proprio in riferimento alla guerra del Golfo: «Sarà verità sovversiva, dice Letta, e invece siamo tuttora immersi in quella che è stata chiamata – da quando Bush iniziò la guerra in Iraq – l’era della post-verità: degli eufemismi che imbelliscono i fatti, dei vocaboli contrari a quel che intendono». Qui siamo di fronte a usi ancora settoriali; nel 2016 la parola è diventata viralmente comune.

In italiano post-verità è usato fin dalle prime attestazioni sia con valore di aggettivo sia come sostantivo, proprio per le peculiari trasformazioni funzionali all’adattamento: i sintagmi inglesi in cui si ritrova più facilmente (post-truth politics, post-truth society, post-truth era) favoriscono infatti, per le regole morfologiche italiane, il trapasso al sostantivo. Si veda ad esempio il sopracitato post-truth world, che diventa più naturalmente “mondo della post-verità” che “mondo post-verità” (in cui sarebbe privilegiato il costrutto anglizzante, per altro in grande ascesa nella nostra lingua recente); e, d’altro canto, l’era della post-verità della Spinelli cela un post-truth era, con post-truth aggettivo.

L’uso di post-verità come sostantivo è stato contrastato da alcuni (sulla base dello specifico significato che post-truth assume in inglese), ma è ormai molto diffuso sul web e sui giornali in riferimento alla pseudo-verità basata sull’emotività e sulle convinzioni personali a discapito dei fatti oggettivi; anzi, sembra ormai addirittura prevalente e con questo specifico significato è usato in quasi tutti i contesti e le accezioni in cui si potrebbe ricorrere a verità (la post-verità, le post-verità, ecc.), come del resto si è fatto anche in questo testo.)

Torniamo a noi. Una volta esistevano le "leggende metropolitane", ora imperversano le "bufale". Ed esistono anche link acchiappabufale, dai tempi di Paolo Attivissimo forse il "papà degli hoax-busters, basterebbe  solo leggerli, dunque, ma siamo arrivati al punto che se fai notare ad una persona di aver postato un link bufalaro, già ti va bene se ti risponde " Ah dì, io intanto CONDIVIDO, poi si vedrà".

Che dire? Mi sento sola.

Erano ANNI che non provavo più questa sensazione di solitudine in mezzo alla gente.

E rido, scherzo, sono sempre la solita burlona, ma nello stesso tempo guardo con attenzione chi mi circonda, registro anche la più piccola reazione, catalogo, rifletto e soffro. Soffro, soprattutto perché  con tanto scibile e tante tecnologie non ci mancherebbe nulla per sviluppare i nostri talenti migliori in ogni campo e invece, piuttosto che svilupparlo, lo obnubiliamo, il nostro povero cervello.

Soffro quanto sento gente che insulta chi si prodiga in vario modo nei territori terremotati.
Soffro quando vedo speculare sulle disgrazie.
Soffro quando vedo che per un click baiting si scrivono cose insensate e la gente asserisce contenta ( e qui, comunque, faccialibro, avevi annunciato anni fa che avresti cambiato l'algoritmo limitando i danni e invece, no. Ah mi sto sbagliando?  Ecco qua:http://www.wired.it/internet/social-network/2014/08/26/addio-click-baiting-facebook-modifica-il-suo-algoritmo/)
Spero vivamente che l'alba del tremila illumini una terra rigogliosa, con flora e fauna, e nessun umano.

E soprattutto, nessun computer.

Ora capite perché tifo per il terremoto?

martedì 8 novembre 2016

Non è facile, non è semplice, ma non è impossibile...

Che dire? Ormai anche la "FATICA" di ricordare è demandata a Facebook, che ogni giorno ti fa iniziare la giornata riproponendomi dei post scritti dal 2008 in poi nel " visualizzatore di ricordi".
Va benissimo. In effetti all'inizio ho osteggiato questa applicazione, poi ho imparato a conoscerla ed apprezzarla,  e la trovo d'un comodo infinito, soprattutto quando rileggo i post vecchi e vedo quanta strada ho fatto sul mio carattere e sul mio modo di essere. Solitamente leggo certi post che mi commuovono e li ho scritti io sull'onda emozionale di quel determinato momento!
Ora? La vita è tutta in rosa, bellissssima, felicisssima, sorridentisssima, insomma delle due una: o la resilienza è ormai parte integrata del mio carattere, oppure il mitico steccato di Tom Sawyer ha fatto scuola e ne dipingo uno ogni mattina! ( Non sai la storia di zia Polly, Tom e la punizione dello steccato da dipingere? Rileggiti il libro, secondo a me a torto relegato nella "narrativa per ragazzi")
Quest'anno tra le molteplici svolte che mi ha regalato questo 2016 c'è anche  (l'egoistica)  decisione di occuparmi un po' di me, e andare a rilassare la schiena nella palestra sotto casa.  Eh si! Dopo millemila anni trascorsi ad accompagnare i figli nelle loro molteplici attività sportive, ecco  la revanche de la vieillesse, che dopo poco più di un mese mi permette di sfoggiare una schiena meno "cammellosa" e  dolorante.
Diciamo che dopo la lezione di prova  m'era venuta la voglia di mollare tutto, però sono ancora lì e mi diverto anche perchè ho ritrovato una carissima amica  e assieme ironicamente ci si spanza e ci si spancia sulla palla da fitness!
Non è facile, non è semplice, ma arrivare alla fine dell'ora non è impossibile! 

giovedì 13 ottobre 2016

FUORI PIOVE, MA DA ME SPLENDE IL SOLE!

...Ma davvero non ho più scritto sul blog dal sedici di giugno? E  come mai questa voglia improvvisa di mettermi a scrivere in treno, mentre sto tornando a casa, facendo a ritroso il viaggio che ormai da sei mesi  tutte le mattine  e tutti i pomeriggi intraprendo col sorriso sulle labbra?
Sarà il profumo dei primi mandarini che abbiamo mangiato in ufficio, sarà che le giornate si sono tremendamente accorciate, ma  solo adesso sto cominciando a realizzare quanto tempo è trascorso da quella mail  alla quale avevo risposto con  un misto di curiosità, speranza e scetticismo, sarà che a pelle mi sono sentita subito bene  nella mia nuova sede di lavoro e adesso che non mi imbroglio più davanti ai tasti della fotocopiatrice-scanner-stampante-fascicola-stira-e-ammira-e-fa-il-caffè mi sento di confermare il mio primo, entusiastico  giudizio sulla nuova situazione lavorativa.

E' stata un'estate fantastica. Con Claudio, innanzi tutto; un'estate con la testa da sedicenni, ma l'esperienza ( e gli acciacchi) dell'età matura. Andare a camminare in spiaggia, col sole, con la pioggia, all'imbrunire...e poi tanti progetti, la voglia di prendere il camper e muoverci, andare a Sestino, trascorrere giorni a Potenza Picena, i figli, la casa, ma principalmente l'impegno del nuovo lavoro e tante, tante uscite !
Cosi non ho scritto sul blog, anche perché avrei dovuto scrivere ogni trenta secondi, per descrivere  quanti nuovi stimoli ho sul lavoro, il timore di deludere la fiducia di chi giornalmente mi affianca, mi supporta e  mi sopporta. Come avrei fatto a descrivere in parole,  i panorami mozzafiato delle albe sul mare mentre, col treno raggiungevo Ancona questa estate? Poi che dirvi di questa allegra frenesia sul bus, la salita per raggiungere l'ufficio, e  le scalette fra palazzo Li Madou  e Palazzo Rossini, così simili a quelle di Potenza Picena? Non sono semplicemente felice, sono grata  per tutto quel che  mi viene insegnato, per questo rapportarmi con poche persone, non più in pasto al front office alle ubbie dei turisti e spesso anche dei residenti.  Basta, è una nuova vita, anzi, speriamo che lo sia davvero, che non mi debba svegliare improvvisamente in un bagno di sudore e scoprire che no, non era vero nulla, che anzi,  son pure in ritardo per andare ad aprire l'ufficio, corri Luisarita, corri.
In pochi hanno capito quanto ci ho guadagnato in salute, i più mi fanno i conti in tasca e il tempo "perso" in treno, che perso in realtà per me non lo è, anzi!  Basti dire che la mattina presto all'andata, mi leggo i quotidiani, si chiacchiera con i colleghi, mentre al pomeriggio mi rilasso e ci scappa anche un mezzo "parluzzino"  (sperando di non russare!) pronta poi per scendere dal vagone, tornare a casa in bici e affrontare gli impegni familiari. Voglia di progetti, entusiasmo alle stelle.
Sarà un inverno magnifico.... mangeremo tanti mandarini assieme!  Stay tuned !

giovedì 16 giugno 2016






Se ami saprai che tutto inizia e tutto finisce e che c'è un momento per l'inizio e un momento per la fine e questo non crea una ferita. Non rimani ferito, sai che quella stagione è finita. 
Non ti disperi, riesci a comprendere e ringrazi l'altro: 
"Mi hai dato tanti bei doni, mi hai donato nuove visioni della vita, hai aperto finestre nuove che non avrei mai scoperto da solo. Adesso è arrivato il momento di separarci, le nostre strade si dividono".
 Non con rabbia, non con risentimento, senza lamentele e con infinita gratitudine, con grande amore, con il cuore colmo di riconoscenza. Se sai come amare, saprai come separarti.

Osho

mercoledì 25 maggio 2016

ALLA RICERCA DEL "MANCO-SO-IO-ESATTAMENTE-COSA"

Giornata campale, quella di ieri. Ogni giorno che arriva, porta sempre delle novità e mi ritrovo ad imparare cose nuove che mi vengono impartite con una grazia, un modo, una delicatezza che mi spinge a fare sempre meglio e a cercare di apprendere quanto più posso e nella maniera più rapida possibile. E la cosa che mi stupisce sempre più è  vedere questi nuovi colleghi che hanno una mole di lavoro indescrivibile, in ogni caso, pur nelle millemila difficoltà, riescono ancora a sorridere, a dirti una parola gentile dopo il buongiorno di rito; io,  nella situazione lavorativa precedente, francamente non ce la facevo più, da tempo le parole educate mi uscivano a fatica, tanto per dire come mi sentivo e mi sento, questa mattina ho preso un giorno di ferie e non dovendo prendere il treno, mi sono attardata in casa. Dopo l'uscita con Max e il primo caffè, ho buttato un occhio distratto all'ora e forse, per riflesso incondizionato ( trent'anni non si cancellano d'un colpo) ho pensato : " Porca zozza, faccio tardi!" e subito mi sono sentita quel groppo in gola, quel senso di nausea al pensiero di dover andare ad aprire l'ufficio, il vecchio ufficio. Poi, per fortuna mi sono ripresa e mi sono data della stupida totale. Oggi è una giornata tutta dedicata agli impegni con le figlie, domani una bella, lunga  giornata nella nuova sede, con un lavoro già improntato da svolgere e chissà quante cose nuove che il mio stupido vieux cerveau dovrà affrontare.
E poi, ieri ho trovato un piccolo paradiso che credo tornerò spesso a visitare, uno spaccato di mondo che credevo dimenticato per sempre, chiaramente riveduto e corretto all'epoca attuale, ma...andiamo con ordine.
I negozietti etnici dove reperire le materie prime per le mia cucina, sono sempre stati la mia passione, e proprio in Ancona, vent'anni fa i primi timidi acquisti fra la paura di acquistare prodotti mal conservati e la voglia di riempirmi il naso di profumi mai dimenticati, bere un aspro tamarindo, mangiare del riso profumato. Dopo tutto questo tempo, ne ho ritrovato solo uno, l'altro non esiste più, uno ha solo prodotti dell'est ( ma anche lì, forse per l'halava e il burek, un paio di giri li farò), poi  giorni fa un negozietto un po' defilato ha attratto la mia attenzione. Ieri, l'apoteosi. A questo punto, le parole non bastano, come faccio a descrivere quella sensazione che si ha quando, scendendo le scale, mi sono ritrovata in pratica dentro una cartolina anni '60? Le finestre con le persiane socchiuse, pochissime auto, bambini che giocavano in strada sotto l'occhio vigile di un paio di mamme, il meccanico che armeggiava anche lui non tanto all'interno, quanto sul marciapiede,  visto che l'auto era  col muso fuori dall'officina. E gli odori, e la musica che usciva da quelle finestre, come ve li descrivo? Entro nel negozietto che avevo puntato e faccio la spesa, chiedo però dove fosse la tahina perchè in quel bazaar ( di nome e di fatto) non la vedevo e il gentilissimo signore mi dice che non ce l'ha, ma che la posso trovare più avanti. Avanti dove, che io ho il treno, mannaggia! E lui, senza battere ciglio, si alza dal suo scranno dove dal mio arrivo  aveva dispensato scontrini, cambia valuta e due strilli sonori ai ragazzini in strada e mi accompagna, eh si mi ACCOMPAGNA  manco cento metri più avanti e mi indica un altro etnic shop simile al suo, perchè l'altro ( orpo, vedi mo' che ce n'è un'altro e non lo avevo notato) vende valige e abiti. ETNICI appunto.
Porto a termine le spese e mi carico le braccia di sacchetti, torno indietro per l'unica strada che (ancora) conosco, risalgo le scale e mi fermo a metà, un po' per riprendere fiato, ma un po' molto per riempirmi gli occhi di sensazioni che abbiamo perso da  tempo ; i miei figli non hanno MAI giocato in strada, non hanno MAI avuto l'opportunità di vivere in una strada piena di negozietti e laboratori, non hanno mai respirato l'odore del legno appena tagliato dal falegname,  studiato col ritmico battere del martello del fabbro, svegliati con l'odore del pane fresco. No, 'spetta, quello si, perchè ce l'ho messa tutta ALMENO QUELLO di lasciarglielo come ricordo, visto che da anni e anni si sono svegliati col profumo del MIO pane fatto in casa appena sfornato;  trema "Mulino Bianco" che io sono stata e sono ancora una concorrente temibile !
Corro  in stazione a prendere il treno con un sorriso a 180 gradi, felice come non so manco io cosa, se per la spesa, se per quel ritrovare  un passato che ho tanto amato, ancora me lo chiedo, con il piatto pieno di dolcini al cardamomo e una tazza di thè bollente.  In fondo c'era tutto : un pizzico di Potenza Picena, un pizzico di Amman, un pizzico di Casablanca. 
Cosa cercavo? Cosa ho trovato? Perchè mi basta così poco adesso per essere in pace con me stessa e col mondo tutto?

Once I was happy.....

Descrivere si può, tradurre è più complesso. Posso descrivere un avvenimento, un paesaggio, usando le parole come pennelli su una tavoloz...